Morti Bianche: “Spirale di solidarietà”


dal sito http://www.beppegrillo.it/2008/08/morti_bianche_s/index.html?s=n2008-08-23

Riporto una testimonianza dal libro “Morti Bianche” di Samanta Di Persio disponibile sul blog a prezzo libero.

“Sono Vanessa Sciancalepore, cugina di Michele Tasca. Il 3 marzo 2008 è avvenuta la tragedia alla Truck Center di Molfetta, specializzata in lavaggio di cisterne.
Le cause del dramma che ha portato lo strazio nella mia famiglia ancora
non sono certe. So solo che il primo operaio è sceso nella cisterna di
proprietà delle Ferrovie dello Stato per effettuare la pulizia e nessuno l’ha visto risalire. La cisterna doveva essere bonificata perché avrebbe dovuto contenere zolfo.
Successivamente sono andati giù contemporaneamente mio cugino e un suo
collega. Sembrerebbe che mentre scendevano le scale sono svenuti perché la sostanza letale all’interno della cisterna era presente in quantitativi elevati. Potrebbe essere stato l’idrogeno solforato la causa del decesso. Di certo c’è che è volato via e Michele è morto da eroe, perché voleva salvare un altro operaio.
Tutti sono morti per cercare di salvarsi fra di loro; una catena di solidarietà
che ha spezzato la vita a Michele e ad altri quattro uomini: Vincenzo
Altomare, 60 anni, titolare della ditta Truck Center, Guglielmo
Mangano, 44 anni, Biagio Sciancalepore, 24 anni e Luigi Farina, 37.
Operai specializzati.
Quel martedì mia sorella tornò a casa verso le
18.00 e mi disse: “Vane, Michele ha avuto un incidente, è grave”.
Quando sentii quelle parole sbiancai. Tremavo, non volevo crederci. La
mia risposta fu: “Oh, mio Dio!” Sono scappata diretta verso l’ospedale.
Volevo trovare mio cugino. Mentre lo cercavo, mi ripetevo che si
sarebbe ripreso. Arrivata davanti alla sua stanza non mi hanno fatto
entrare, sono riuscita solo a vedere mia madre e mia zia che piangevano.
Allora
ho capito che la situazione era veramente critica. Quel giorno mia
madre e mia zia erano insieme, stavano facendo le pulizie. Un amico di
famiglia le ha avvisate dicendo che alla Truck Center era accaduta una
tragedia, c’erano dei morti, ma le rassicurò dicendo che Michele non
era fra quelli. Allora, loro hanno immediatamente chiamato il cellulare
di mio cugino. Rispose un medico dicendo che il ragazzo era molto
grave. Sono corse all’ospedale e sono riuscite a vederlo solo mentre
veniva spostato da un ospedale all’altro. Michele verrà ricordato come
l’ultimo operaio che si è spento. All’inizio i medici non ci avevano
dato speranza, quando si accorsero che respirava ancora fu portato
all’ospedale di Molfetta e poi trasferito al reparto di rianimazione di
Monopoli. La mattina del 4 marzo, alle 5.30 il cuore di mio cugino ha
smesso di battere, per le gravi lesioni riportate ai polmoni. Io l’ho saputo un’ora dopo.
Avevo
pregato tutta la notte. Avevo tenuto tutta la notte la corona del
rosario in mano, con la speranza che lui si svegliasse. Anche se in una
stanzetta remota del mio cuore, dove non volevo entrare, sapevo che non
sarebbe stato possibile. È stata la notte più lunga e dolorosa che
abbia mai trascorso. Sarà difficile dimenticare.
È impossibile
riuscire a trovare le parole per descrivere il dolore immenso che si
prova. L’ultima volta che l’ho visto, era disteso sul lettino. I suoi
occhi azzurri erano chiusi, sembrava addormentato, la testa era
bendata. Solo un piccolo ciuffo di capelli si vedeva. Non potevo
toccarlo, avevo voglia di abbracciarlo, di dirgli che gli volevo bene,
pensavo che si sarebbe svegliato. Ma non è successo. Dopo qualche mese
dalla sua scomparsa, non vederlo più mi fa terribilmente male, è una
sofferenza enorme. La mancanza diventa un tormento. Guardare le sue
foto non basta. A volte pensi di aver sentito la sua voce, di averlo
visto per strada, ma non è così. La notte mi addormento con la speranza di svegliarmi
e accorgermi di aver solo fatto un brutto incubo, oppure mi addormento
sperando di sognarlo. Michele era un ragazzo speciale. Non lo dico solo
perché era mio cugino, lo dico perché è veramente così. Aveva due
grandi occhi azzurri espressivi. Era divertente, solare, educato,
sincero, dolce, generoso, sensibile, riservato ed anche un grande
lavoratore. Ha incominciato a lavorare da piccolissimo, prima come
barista, poi come lavaggista di cisterne. Anche quando frequentava la
scuola lavorava, il periodo estivo come stagionale negli hotel,
alberghi: era un cuoco. Si divideva nei suoi lavori estivi e invernali
per pagarsi la macchina. Amava la musica house, le automobili, la sua
squadra del cuore era il Milan e naturalmente il Bari. Non aveva vizi,
l’unico se così si può definire, era il fumo. Ma sono certa: aveva
voglia di vivere.
Non lo ricordo mai triste, il suo sorriso lo
caratterizzava, anche durante qualche rara discussione. Non alimentava
mai liti, cercava di non far pesare mai niente. Aveva sempre la battuta
pronta, era impossibile annoiarsi e non volergli bene. Con Michele
avevo un legame fortissimo, andavamo molto d’accordo e spesso uscivamo
insieme. Era premuroso, non mi lasciava mai sola. Ogni volta che
tornava dai lavori stagionali aveva sempre un regalino per me. Io e
Michele eravamo coetanei, eravamo inseparabili, alla nostra età a tutto pensi tranne che puoi morire.
Quando la tua vita viene colpita da una tragedia, inevitabilmente si
cambia. Mi sento intimorita. Mia zia è tornata a sorridere, ma solo in
apparenza. C’è il proprio lavoro che distrae. Ma ogni tanto lo sguardo
si fissa, i pensieri tornano lì. Mi interrogo su come possa essere
accaduto.
Me la prendo con lo Stato italiano che non è severo
abbastanza e così tutti fanno quello che vogliono perché non vengono
puniti. Vorrei che lo Stato si desse da fare prima che accadono queste
tragedie, non intervenire dopo quando ormai è troppo tardi. Ma ho
constatato che non interviene neanche dopo. Ci hanno dato le stelle al
merito, ci hanno promesso un’occupazione, ma dopo tre mesi ci hanno
dimenticato. Fino a tre anni fa vivevo in Germania. Lì le cose sono diverse, non ho mai visto un operaio senza elmetto o altre misure di protezione. Le pene ed i controlli vengono effettuati con criteri diversi da quelli italiani.
Perché
lavorando si deve morire? L’unica risposta che ho trovato per
giustificare tanto dolore è che Dio e il papà di Michele, volato via 20
anni fa, l’hanno voluto al loro fianco. Forse mio cugino era troppo
buono per poter vivere in un mondo di crudeltà, falsità e ingiustizie.
Il tormento però continua: perché proprio lui? Ogni cosa che mi
circonda mi fa pensare a lui, a volte di notte penso che la stella più luminosa sia proprio lui. È li che mi protegge.”
Samanta Di Persio dal libro “Morti Bianche“.

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