Morti Bianche: “Veleni dal cielo”


dal sito http://www.beppegrillo.it/2008/08/morti_bianche_v.html?s=n2008-08-16

Riporto una testimonianza dal libro “Morti Bianche” di Samanta Di Persio disponibile sul blog a prezzo libero.

“Quando ho perso il mio papà avevo 20 anni, mio fratello più piccolo
17 e il maggiore 23. Non si è mai pronti alla scomparsa di un genitore,
specie quando si è giovani e soprattutto quando la persona cara viene a
mancare in modo violento. Domenico Bonan, mio padre, è morto dopo nove
mesi dalla scoperta di un tumore ai polmoni. A
ottobre del 1999, a seguito di una tosse che gli toglieva il respiro,
siamo andati da un medico pensando fosse una banale bronchite, ma
scoprimmo la tragica notizia del cancro. Gli furono diagnosticati tre
mesi di vita, ma se avesse accettato di fare la chemioterapia il dolore
sarebbe stato meno acuto e avrebbe vissuto un po’ più a lungo. La
posizione del cancro fra i due polmoni non permetteva un intervento
chirurgico. Riuscirono a tenerlo in vita altri sei mesi. A luglio del
2000 ci lasciò, all’età di 56 anni. Dalla scoperta del cancro
fulminante al decesso, tra i miei genitori e noi figli non ci sono
stati particolari confronti su ciò che si stava vivendo. Bastavano gli sguardi.
Questo era frutto anche del nostro carattere alquanto schivo e
riservato, ma soprattutto per non aggravare lo stato di “serenità”
familiare. Eravamo consapevoli di quanto ci stava succedendo e altresì
che stavamo facendo tutto quello che si potesse fare. Non nascondo,
eravamo speranzosi che si trattasse solo di un incubo.
Mio padre ha lavorato quasi trent’anni presso la Tricom,
nel reparto di cromatura. Prima di lui sono deceduti altri colleghi,
una ventina. Avevano cominciato tutti allo stesso modo, un po’ di
tosse, sangue dal naso. Ma mio padre pensava di salvarsi in tempo. Non
faceva altro che ripetere: “Non vedo l’ora di andare in pensione!”. Era
convinto che andando via da quel posto sarebbe stato salvo.
Però le cose sono andate diversamente. Mio padre amava il lavoro,
trovava sempre qualcosa da fare. Se potessi rimproverargli qualcosa
vorrei dirgli che avrebbe dovuto trascorrere più tempo con noi figli.
Dal giorno in cui è morto, ho preso la decisione di capire cosa c’era
dentro quella fabbrica. C’erano troppi segnali che inducevano a pensare
“Qualcosa non va”. Anche per il paese in cui vivo, la morte di mio
padre per cancro era scontata: lavorava alla Tricom! Ho iniziato a
raccogliere testimonianze di colleghi operai, a chiedere analisi ed è
iniziata una causa dove la mia famiglia si è costituita parte civile.
Ho fatto diversi sopralluoghi. Mi sono reso conto che i reparti non
erano separati fra loro: un unico stanzone dove c’era il reparto di
imballaggio, di cromatura, di verniciatura, di pulitura ecc. Chiunque poteva ammalarsi,
nessuno utilizzava guanti, mascherine, non c’erano sistemi di
protezione. I dirigenti non fornivano niente di tutto ciò, così come
non fu mai detto a quali rischi effettivi si poteva andare in contro.
Perfino l’impianto di depurazione non era funzionante, o meglio lo era
solo in caso di controlli. Sì, perché nell’impianto era impiegato il
sindaco che ha governato per 25 anni, a qualche giorno dai controlli si
cercava di nascondere la polvere sotto il tappeto. Dalle testimonianze
trovate, è emerso che in prossimità dalle ispezioni, agli operai
venivano fornite delle mascherine per proteggesi dalle polveri (ma non
idonee a ridurre l’esposizione a sostanze chimiche), si riduceva la
temperatura delle vasche affinché non uscissero i fumi, si azionavano i
pochi aspiratori presenti e si spalancavano tutti i portoni per creare
flusso d’aria. Ma oggi anche il sindaco è indagato
per i reati di omicidio colposo plurimo, lesioni colpose gravi,
omissioni di difese e cautele contro disastri ambientali e infortuni
sul lavoro. Dalle analisi chimiche, oltre al cromo esavalente e al
nichel sono stati trovati ben sette tipi di cianuro, piombo, soda e
composti, acido solforico, ecc. Quando vidi le condizioni in cui
lavoravano degli uomini per poter far mangiare loro famiglia, rimasi
attonito. Dalle vasche, dove avveniva la cromatura, saliva su una
nebbia persistente, alla quale gli operai erano sottoposti per tutta la
durata della loro mansione. Alcuni accusavano: bruciori agli occhi con
lacrimazione, bruciori allo stomaco, alla gola. I pannelli che erano
posti sopra le vasche per essere azionati imponevano di sporgersi sul
bordo delle vasche, vasche corrose, che si sgretolavano al tatto,
ribadisco senza nessun tipo di protezione che potesse evitare schizzi o
fuoriuscite di liquido. Alcuni testimoni hanno raccontato che quando un
oggetto rimaneva dentro la vasca, gli operai dovevano salire sopra il
bordo e con delle pinze prelevavano l’oggetto. Questa operazione doveva
essere compiuta tempestivamente per non bloccare il ciclo produttivo.
Ci sono stati lavoratori che sono addirittura caduti nella vasca, ricordo che mio padre mi raccontò di quando successe a lui, dovette tornare a casa a lavarsi e cambiarsi.
L’intera area lavorativa era un bagno di cromo esavalente, l’operaio
camminava in una fanghiglia, il pavimento in cemento era stato corroso
ed i veleni sono filtrati nel terreno inquinando perfino le falde
acquifere. Tutti i familiari degli ex operai ricordano i forti odori nauseanti con i quali tornavano a casa.
Altro elemento inquietante emerso, riguarda lo smaltimento del liquido
verdastro prodotto. Invece di essere sottoposto a regolare depurazione,
in gran parte veniva disseminato attraverso autobotti nei terreni del
comprensorio. Operazioni condotte probabilmente di notte, visto che
alcuni operai hanno raccontato di vasche piene di sera e vuote al
mattino. Si era pensato ad uno scarico in una roggia adiacente
all’industria, risultata altamente inquinata,
ma in realtà le uniche tubazioni a portare liquidi in quella roggia,
erano quelle dell’acqua piovana: la pioggia che scivolava dal tetto si
impregnava, vista l’assenza di aspiratori, di tutte le sostanze.
Purtroppo queste cose sono emerse solo dopo la morte di un numero
consistente di operai e di un inquinamento alle falde acquifere da
cromo esavalente. Risultavano esserci state delle ispezioni da parte
della USL, ogni volta nei verbali segnalavano carenze, ma la copertura
politica ha permesso di ovviare. Tutti sapevano ma nessuno parlava.
Basta pensare che l’agibilità alla ditta è stata notificata solo nel
1983, mentre era attiva già a partire dal 1975.
Ricordi di paese parlano di bambini che andavano a giocare nei campi e
tornavano a casa con le gambe macchiate di verde. Un infermiere che
tentò di denunciare questa cosa ricevette intimidazioni per non parlare.
Oggi la mia famiglia, insieme a poche altre, porta avanti questa
battaglia per veder riconosciuto il danno fatto ai nostri cari.
Purtroppo non riceviamo molta solidarietà, né dall’opinione pubblica,
né dai giudici che vogliono archiviare il caso. Se tutte le famiglie
coinvolte facessero la loro parte, penso non ci sarebbero problemi a
chiedere un’imputazione per strage;
ma credo non se la sentono per due fattori. Il primo perché c’è
sfiducia nelle istituzioni ed il secondo perché c’è troppa indifferenza
condita di paura. Ed intanto chi dovrebbe essere altrove a pagare per i
danni cagionati a vittime innocenti, cammina indisturbato a testa alta.”
Samanta Di Persio dal libro “Morti Bianche“.

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