Cina, spenta la voce del blogger che cercava la verità sul terremoto


dal sito http://www.rainews24.it/ran24/rainews24_2007/magazine/scenari/scenari_estate_01.asp

Quasi nessuno in Italia conosce la storia di Huang Qi. Ed è un vero
peccato perché la sua vicenda racconta la Cina del dopo terremoto e
della vigilia olimpica infinitamente meglio di tante chiacchiere di
capi di governo, dirigenti di federazioni sportive o esperti di
geopolitica. Non è che le notizie da noi non siano arrivate.
Dell’arresto ( l’ultimo di una serie) di Huang Qi si è occupato ad
esempio il 17 giugno scorso anche il sito di Rainews24 riferendo che si
trattava di un blogger imprigionato dalla polizia perché aveva scritto
degli articoli critici sul dopo terremoto nella martoriata regione del
Sichuan. L’argomento è rimasto però colpevolmente confinato nel recinto
del mondo del web e nei trafiletti di qualche quotidiano. A rompere
realmente il muro di silenzio (a livello planetario) ci ha pensato Jake
Hooker sul New York Times con un reportage che ricostruisce
puntualmente i retroscena e le motivazioni reali che hanno spinto il
regime o operare questo arresto. Ne esce uno spaccato completamente
diverso da quello che avevano fornito le autorità di Pechino che, con
una straordinaria operazione di immagine, avevano teso alla fine di
maggio a presentare il paese mobilitato e nella solidarietà verso le
vittime del terremoto. Racconta Jake Hooker che Huang (45 anni, già
vittima di un lungo periodo di detenzione dal 2000 al 2005) non si
limitava a scrivere articoli critici. Stava lavorando insieme ai
genitori dei ragazzi uccisi nei crolli degli edifici scolastici.
Chiedeva l’apertura di una inchiesta che facesse emergere come le
scuole fossero state costruite con materiali scadenti da imprenditori
cinici protetti da funzionari locali del partito comunista corrotti.
Erano stati i padri di cinque ragazzi morti ad avvicinarlo e a
chiedergli aiuto. Lui non si era tirato indietro e sul suo sito web
aveva pubblicato un pezzo che domandava sostanzialmente due cose: la
punizione dei responsabili e un adeguato risarcimento per le famiglie.
Non si pensi che si tratti di un’esagerazione, di una reazione emotiva.
Questi crolli rappresentano realmente un enorme mistero tutto da
chiarire : molte scuole si sono letteralmente sbriciolate mentre gli
edifici che si trovavano accanto ad esse sono rimasti in piedi.
Migliaia di ragazzi delle elementari e delle medie sono morti così,
sotto una montagna di macerie. Nei giorni immediatamente successivi al
sisma le autorità avevano consentito ai reporter e ai volontari di
raggiungere le zone disastrate e di avvicinare i parenti delle vittime.
Anche noi in Italia abbiamo visto le immagini delle madri e dei padri
dei ragazzi che piangevano disperati con la foto dei figli in mano.
Molti commentatori avevano parlato di una svolta nel comportamento
delle autorità cinesi, di un’inedita forma di trasparenza. Lo stesso
Huang – riferisce Jake Hooker – in un’intervista alla radio si era
detto ottimista su una nuova stagione di rispetto per i diritti umani.
Ma si trattava di una illusione. Una settimana dopo la pubblicazione
dell’articolo, Huang Qi è stato prelevato da un gruppo di agenti in
borghese. Alla famiglia è stato comunicato che era stato fermato perchè
sospettato di “essersi impossessato di segreti di stato”.
Contemporaneamente ai genitori dei ragazzi morti è stato spiegato che
dovevano farla finita con i loro “assembramenti” e le loro richieste:
che si mettessero l’animo in pace e non disturbassero più le autorità.
Che cosa rischia adesso Huang? Il New York Times ci informa che
potrebbe essere condannato a tre anni di galera. Intanto i suoi
familiari e gli avvocati non hanno potuto avvicinarlo proprio in quanto
“detentore di Segreti di Stato”. Ovviamente gli uffici di polizia si
sono rifiutati di parlare coi giornalisti occidentali affermando di non
essere autorizzati a farlo. Quello che non si è capito è se l’ordine di
eseguire la cattura sia stato emesso dalle autorità locali o sia
arrivato direttamente da Pechino come sosterrebbero alcuni testimoni.
Ma nella Cina di questa vigilia olimpica anche questa indeterminatezza
non deve stupire. Le accuse sono sempre generiche. La Glasnost cinese
nel Sichuan è durata solo pochi giorni. Ci hanno fatto vedere un
dirigente di partito in ginocchio davanti ai parenti delle vittime, ci
hanno mostrato il premier Wen Jiabao al lavoro per coordinare i
soccorsi. Quando i riflettori dei media si sono spenti si è tornati
però subito ai vecchi metodi. Chi poneva legittimamente delle domande
scomode è stato ridotto al silenzio. Quello che ora conta per il regime
è che fra una ventina i giorni i grandi del mondo saranno tutti lì a
Pechino all’inaugurazione delle Olimpiadi a celebrare i grandi
progressi raggiunti dalla Cina. E mentre si creeranno le condizioni per
realizzare “ottimi affari” la questione dei diritti umani verrà ancora
una volta rimandata a data da destinarsi.

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