ALITALIA: L’ULTIMO DISASTRO DI PRODI E PADOA SCHIOPPA


ALITALIA: L’ULTIMO DISASTRO DI PRODI E PADOA SCHIOPPA

di Michela Vittoria Brambilla

Della
vicenda Alitalia, in questi mesi, ci siamo spesso occupati. Soprattutto
per sottolineare gli errori che il Governo Prodi ha commesso nella
gestione di questo complicatissimo problema, sotto il profilo politico
oltre che strategico. Ma tra tutti c’è un personaggio, il ministro del
Tesoro, Tommaso Padoa Schioppa (Tps), che ha avuto un ruolo
determinante e, per i comportamenti che egli ha ritenuto di dover
assumere proprio nelle fasi più cruciali, oltremodo discutibile. E c’è
un esempio che vale per tutti: le nove sigle sindacali sedevano al
tavolo per cercare di strappare, in extremis, deroghe e modifiche al
piano industriale proposto dalla compagnia francese che, sul versante
del personale come su quelli del trasporto cargo e dell’assetto dei
servizi, consentissero di dare al nostro vettore maggiori prospettive
di sviluppo. E intanto Padoa Schioppa, in un’audizione parlamentare,
escludeva ogni possibilità di modificare il piano proposto da Parigi
insistendo, invece, su un “prendere o lasciare, se no, non resta che il
fallimento”. Insomma proprio quello di cui l’ad di Air France Spinetta
aveva bisogno, in quel momento, per chiudere subito i boccaporti alla
trattativa, sbattere la porta e decidere di tornarsene a casa. Ci sarà
tempo e modo, nei prossimi giorni, per analizzare meglio e più in
profondità le omissioni e gli errori veri e propri compiuti fin
dall’inizio, ma poi soprattutto nella fase finale del confronto con Air
France. Sono già evidenti però le responsabilità del Governo e in
particolare quelle di un ministro del Tesoro che, nel gestire tutta
questa burrascosa vicenda, si è comportato non come un politico di
lungo corso. Ma piuttosto come l’amministratore di un condominio che,
visto l’alto tasso di litigiosità dei proprietari dello stabile e la
loro incapacità di concordare decisioni che servissero almeno ad
impedire che il loro palazzo andasse in rovina, perde alla fine la
pazienza, va per le spicce e, lavandosene le mani, pensa che il suo
compito sia ormai quello di troncare ogni discussione e di redigere
soltanto l’asettico verbale di questo fallimento. Del resto, a che pro
Padoa Schioppa avrebbe dovuto svenarsi in vicende di valenza politica
che, fra pochi giorni, una volta lasciato il ministero e senza alcuna
speranza di potervi tornare, non lo riguarderanno più in alcun modo?
Come accadrà per Romano Prodi. Solo che per Tps, a differenza del
presidente del Consiglio, c’è almeno la prospettiva di poter
tornare
a fare il banchiere. Penso che siano almeno due i motivi che hanno
soprattutto contribuito a far diventare un vero dramma la vicenda
Alitalia ed entrambi coinvolgono anche responsabilità di radice
politica. Non sarebbe onesto non parlarne. Primo. È il 10 ottobre 2006
quando Prodi, annunciando che ormai i conti dell’Alitalia sono “fuori
controllo”, decide prima di privatizzare la compagnia di bandiera e poi
di indire una gara pubblica, che però fallisce, e infine di far partire
una trattativa privata che ha come unico sbocco possibile la vendita
del vettore, a condizioni capestro, ad Air France. Ed ecco quale è
stato il primo errore del Governo. Mettere in vendita Alitalia, visti i
debiti che sulla compagnia rovinosamente si stavano accumulando, poteva
anche essere giusto, anzi forse non c’erano proprio alternative, ma
allora perché non porre preventivamente dei paletti in modo che il
piano industriale dell’acquirente rispondesse a certi requisiti di
base, quelli che si ritenevano necessari sia per tutelare l’identità
della nostra compagnia che per garantire le possibilità di sviluppo di
questa nostra importante, anzi vitale rete di trasporto? Sarebbe
bastato che, prima di portarla sul mercato, il Governo e il management
della società avessero provveduto ad una congrua e pianificata
revisione delle strutture della compagnia, che era l’unico modo per
evitare una svendita a prezzi stracciati. Invece, Governo e management,
con la corresponsabilità certamente dei sindacati e di quei partiti
della coalizione che di tagli o di ridimensionamenti non volevano
sentire parlare, non hanno fatto proprio nulla. Mani alzate. Tanto che,
senza batter ciglio, hanno accettato a scatola chiusa l’offerta di una
compagnia che altro non aspettava che poter acquistare questa azienda a
prezzi di liquidazione. Per noi un piatto di lenticchie.
Secondo.
Ed ecco Padoa Schioppa che, non solo, in ogni sede, continua a
dipingere a tinte sempre più fosche, spettrali è dir poco, le
condizioni della nostra compagnia, ma lascia anche che il titolo di
Alitalia fluttui liberamente in Borsa prestandosi così al gioco di ogni
possibile manovra speculativa. Come per dire: il problema non ci
riguarda più. Accada pure qualsiasi cosa, tanto noi non muoveremo ormai
più nemmeno un dito, neanche per ottenere dall’acquirente condizioni
migliori. Tracolla Malpensa e il Tesoro non solo non batte ciglio, ma
non pensa nemmeno ad elaborare strategie che possano essere alternative
alla morte di questo hub. Silenzio assoluto. Come se la vendita fosse
ormai conclusa ancor prima di apporre a questo contratto la firma. E
sono stati allora i sindacati a trovarsi completamente spiazzati.
“Nell’ultimo anno e mezzo il ministero del Tesoro ci ha aperto le porte
soltanto due volte e per un tipo di discussioni che, per parte sua,
erano del tutto inconcludenti, come se per il Governo il discorso fosse
ormai chiuso e sepolto” ha detto l’altra sera il leader del sindacato
dei piloti, dopo aver preso atto della rottura della trattativa. Soli.
Come solo è stato lasciato anche il management aziendale presentatosi
al tavolo di Spinetta senza alcuna voce in capitolo. Neanche fosse un
semplice figurante. Un disastro. Ma tanto che importa a Prodi e a Padoa
Schioppa di questo tragico epilogo? Loro andranno a casa e magari, per
viaggiare, utilizzeranno d’ora in poi solo compagnie straniere. Il
pessimo finale di questa vicenda a loro non interessa. Ma agli elettori
sì, e credo che anche il caso Alitalia avrà un gran peso al momento di
andare alle urne.

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