Ichino: nuove regole per cambiare il lavoro

dal sito http://www.corriere.it/Speciali/Economia/2007/economia_societa/articoli/Ichino_treu_sideri.shtml

«Il mercato si basa su un paradigma vetusto: quanto più il lavoratore è sostituibile tanto più è debole nella contrattazione»

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Piero Ichino (emblema)
Piero Ichino (emblema)

MILANO — Scenari da un mondo rovesciato. «Il
collettivo dei lavoratori di ogni impresa fa una scelta tutti i giorni:
quella di non mandare a casa il proprio capo-azienda. E quindi, in caso
di insoddisfazione, potrebbe anche cambiarlo e mettersi in cerca di un
manager migliore». Quando Pietro Ichino inizia a parlare di come
scardinare le «regole di Marshall-Hicks» e di employability e affronta
tutti con la sua ricetta iperbolica nella sala Buozzi della Camera del
Lavoro di Milano ci sono anche degli under 18 che prendono appunti. Si
sono messi addirittura nelle prime file. E dietro di loro la città ha
occupato a occhio e croce tutti i posti che erano disponibili. Sarà
forse il senso di emergenza sociale per alcuni più giovani. Sarà la
storica anima operaia di Milano, anche se le grandi fabbriche non ci
sono più. Ma già sul tram numero 23 che dal Duomo porta al luogo del
dibattito su «Lavoro e precariEtà» si incontra qualche pensionato con
il programma dell’evento piegato in tasca.

Ichino segue il corso del suo ragionamento certo
di sapore un po’ riformista e provocatorio. «Questo mercato si basa su
un paradigma: quanto più il lavoratore è sostituibile tanto più è
debole nella contrattazione individuale e collettiva. È una delle
regole di Marshall- Hicks (due tra i più noti economisti della storia,
ndr): l’azienda sceglie, il lavoratore subisce e il sindacato nasce per
correggere questa disfunzione» continua. Il punto per il giuslavorista
è che il paradigma è vetusto. Vecchio. Nel migliore dei casi superato.
E va scardinato. Il dipendente può permettersi di sbattere la porta e
andarsene: è con questa mobilità, potenzialmente anche verso l’estero,
che sceglie il datore che lo valorizza e con cui si trova bene.
C’è un solo neo nel suo ragionamento che
lui stesso riconosce: andarsene tutti insieme da un’azienda per
ricollocarsi in un’altra sarebbe molto complicato ma qui dovrebbe
essere il sindacato a tenere bassi i costi del passaggio. C’è ne
abbastanza per scatenare la reazione dei due sindacalisti presenti al
dibattito moderato dal direttore de Il Riformista Paolo Franchi. Il
sociologo Bruno Manghi per un attimo sembra addirittura irritarsi. «Ma
cos’è una requisitoria la tua? Sei mai stato a Melfi? Non dimentichiamo
che la stessa Melfi è nata anche grazie al sindacato». E anche Susanna
Camusso, segretario generale della Cgil Lombardia, interviene. Ichino
in quel momento sta facendo un esempio concreto: quando nel 2000 la
Fiat comunicò che voleva lasciare l’Alfa Romeo di Arese e
contemporaneamente la Nissan annunciava di essere alla ricerca di un
polo nuovo per la produzione della Micra in Europa perché non si
ipotizzò nemmeno la candidatura della stessa Arese? Colpa anche di un
sindacato che non sa rinnovarsi e dei paletti di una contrattazione
nazionale. La Camusso non ci sta. «Il problema è che, ancora prima,
forse, bisognava vendere l’Alfa Romeo alla Ford». Ma poi fa convergere
il suo intervento sul precariato. O meglio sulla precarietà. «Come
riescono le famiglie a sostenere dei figli che viste le difficoltà del
lavoro devono andare via da casa a 35 anni? Come possono sostenere
l’idea che per i figli non ci sia una situazione migliore rispetto alla
propria?».
Sono questi i veri drammi del mercato del lavoro per
lei: la famiglia che è stata costretta a reinventarsi come
ammortizzatore sociale. Ma anche su questo non c’è una vera
convergenza. Come forse era destino in un dibattito così delicato dove
peraltro il professore della Bocconi Stefano Liebman, che ha preparato
il panel, ha puntato (consapevolmente), a riunire tre ottiche diverse:
quella dei teorici che guardano le cose dall’alto della macroeconomia,
dei sindacalisti e degli imprenditori che portano l’esperienza concreta
delle storie delle persone e, dulcis in fundo, dei politici e dei
pensatori delle ricette. Siamo sicuri che la precarietà non sia anche
uno stato psicologico, e non per questo meno rilevante, si è
interrogato Liebman? Un ragionamento portato alle estreme conseguenze
da Bruno Contini, professore dell’Università di Torino che ha
presentato a tutti una slide con una curva più che decrescente. Un vero
crollo. «Tra 15 anni — ha affermato il professore forte delle sue
proiezioni sull’uscita del lavoro della generazione del baby boom — ci
sarà addirittura un’insufficiente offerta di occupazione. La forza
lavoro crollerà dai 23,5 milioni attuali a 20 milioni. Una proiezione
ottimistica perché considera già un processo di immigrazione. E a meno
di un boom nella produttività media questo potrebbe portare a un
collasso dell’economia». Come dire. Altro che precarietà. La
disoccupazione giovanile è destinata ad estinguersi naturalmente.
A chiudere i lavori ci
ha pensato l’ex ministro del Lavoro Tiziano Treu. Che da politico ha
anche tirato fuori dal cilindro una ricetta di buon senso: perché non
offrire ai giovani migliori che escono dalle Università, al posto di
piccoli contratti rinnovati di tre mesi in tre mesi, un contratto
magari di cinque anni che gli permetta di crescere senza per questo
vincolare l’azienda subito a vita?

Massimo Sideri
11 maggio 2007

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